Tazio Nuvolari gradirebbe.
Così pure Gilles Villeneuve e tutti i gran manici del
passato, piloti di pista e rallisti, che con la “guida
sporca” sono andati a nozze facendo spallucce al cronometro
per la gioia dei loro fan. Di traverso, sempre. Il Drifting,
questa parola anglosassone che letteralmente significa
"andare alla deriva", esprime un nuovo modo di intendere lo
sport dell'automobile: non più legato alla velocità e alle
prestazioni cronometriche, ma al puro controllo del mezzo in
sbandata da parte del concorrente e al giudizio di una
giuria preposta.
Nato in Giappone una
ventina d’anni fa, recentemente elevato dagli americani a
status di show-motoristico, il Drifting altro non è che
un'esibizione automobilistica di "freestyle" eseguita su
piste o piazzali dedicati sui quali si utilizzano o si
realizzano una o più curve eseguite dai partecipanti
esclusivamente di traverso.
Curve disegnate per
mettere in risalto le capacità dei piloti, che la regola
vuole si sfidino due alla volta e uno nella scia dell’altro
in un tabellone eliminatorio che vede in lizza 16 piloti. I
criteri di valutazione della giuria, composta da due o più
esperti del settore (piloti e istruttori di Drifting), si
fondano su una serie di parametri quali la velocità
d’ingresso in curva, l’inizio e l’angolo di sbandata, la
traiettoria, la fluidità e la fumosità emessa dai pneumatici
posteriori; pneumatici che devono essere stradali e non
racing, dunque, con caratteristiche adatte a enfatizzare lo
slittamento e le cortine fumogene emesse dalle vetture in
drift.
Il Drifting è in altre
parole l’automobilismo vissuto in chiave spettacolo,
violando in un solo colpo e nella maniera più spregiudicata
tutte le leggi della fisica. Non solo. Vivendo al posto di
guida un feeling indescrivibile a metà tra il panico e
l’eccitazione che si trasmette come un contagio a coloro che
da fuori assistono allo show.
Come detto, il verbo si
sta divulgando su scala planetaria. Il via l’hanno dato i
giapponesi che, convinti di possedere la ricetta e la
materia prima per farlo ad alto livello, ossia, i loro
piloti allenati ai traversi per più di venti anni, nel 2003
hanno mostrato il “giochino” agli americani. Non pensando
però che gli yankee di lì a poco avrebbero dato vita ad un
loro campionato, il Formula Drift, che ha in breve reso
maturi un lotto di cinquanta piloti esaltando il contenuto
scenico della disciplina resa economicamente accessibile a
chiunque abbia una certa sensibilità e familiarità con i
traversi. Diversamente da quanto avviene in Giappone dove
team e drifters sono costretti a investire budget faraonici
per conquistare un posto al sole tra i Top 16 della serie
D1-GP.
Alla fine la ricetta
vincente è risultata quella statunitense, meglio divulgata
via etere e presa come punto di riferimento dai principali
organizzatori europei, in Irlanda, Inghilterra, Belgio,
Olanda, Germania e Italia. Ma soprattutto il merito degli
americani è stato quello di smitizzare il talento supremo
dei piloti del D1-GP (fatto accaduto nel 2005 a Irwindale
quando un drifter del Maryland ha battuto i santoni del sol
levante) dimostrando che in questo sport fenomeni non sempre
si nasce ma spesso si diventa, con tanto allenamento e
qualche buon consiglio pratico ricevuto da chi di traverso
ci va già o da chi accademicamente l’arte di derapare la
insegna.